La libreria Hoepli è uno di quei pochi argomenti su cui sono davvero preparato, avendola frequentata per decenni come grande lettore, appena sufficiente autore e pessimo editore, anche se lì ho sempre venduto tanto fra i vari Teppista, Petrovic, Brady, eccetera. Per questo la sua chiusura, raccontata da molti e sintetizzabile in uno scazzo di famiglia visto che le perdite della libreria propriamente detta non erano ancora drammatiche, mi ha toccato sul personale al punto di usare una prima persona singolare che come lettore mi procura fastidio. La vicenda della Hoepli mi ha toccato ma non al punto di infliggervi il solito pezzo sulla Milano solo per turisti ricchi e per chi ha l’eredità della nonna, dove la classe media di cui faccio parte resiste soltanto se ha la fortuna di essere nata nella generazione giusta.
Rimango sulla Hoepli dicendo che i suoi cinque piani e 2000 metri quadrati di superficie la rendono (rendevano? La messa in liquidazione impone di parlare al passato) una delle librerie più grandi d’Italia, senz’altro la più grande fra quelle non di catena, con i suoi commessi che fino a un paio di anni fa era giusto definire librai, visto che prima della centralizzazione degli acquisti ogni settore aveva una sua autonomia di scelte e di budget, avendo sia il contatto con un pubblico affezionato sia la conoscenza di ciò che c’era dentro i libri. Non a caso nello sport, la sezione che ovviamente conosco meglio, grazie a Davide Casera titoli di grandi editori erano esposti a fianco di chi si autopubblicava nel sottoscala: l’importante era suscitare un interesse, anche soltanto di nicchia.
La realtà è che l’azienda perdeva un milione all’anno, pur avendo un patrimonio netto positivo che le avrebbe consentito di tirare avanti ancora a lungo. Certo non generava soldi tali da mettere d’accordo i due litigiosi rami della famiglia, in uno scenario di declino per il tipo di prodotto venduto e soprattutto perché sempre meno persone lo acquistano in libreria (salvo lamentarsi per la scomparsa delle librerie). Magari la libreria propriamente detta sarà rilanciata dalla Feltrinelli o dalla Mondadori della situazione, interessate alla sua posizione centralissima, affacciata su quella piazza Meda (intitolata al bisnonno di Guido Meda) in cui è ambientata una delle scene finali di Sotto il vestito niente e dove quando i giornali pagavano ho intervistato, lungo il marciapiede, tante persone, da Cragnotti a Kanu. Ma vedo più probabile l’ennesimo albergo a cinque stelle, con davanti parcheggiati NCC in tripla fila.
Come al solito tanti confondono le proprie passioni personali (e le librerie sono fra le mie) con una necessità dell’universo, ma Milano sopravviverà a un’eventuale scomparsa della Hoepli dopo oltre 150 anni di vita. Non c’è alcun allarme democratico, né alcun rischio che le persone siano più ignoranti rispetto ai miei tempi in cui le case con un solo libro, le Pagine Gialle, erano la maggioranza: è soltanto che molte persone delle già poche che prima leggevano libri adesso si informano e si divertono in maniera diversa, senza dubbio più sociale e interattiva, mentre il libro è sempre un’esperienza unica e individuale. Per questo non credo che morirà, almeno fino a quando ci sarà qualcuno che preferisce seguire il proprio ritmo che cercare l’approvazione di conoscenti e sconosciuti.
stefano@indiscreto.net



Ío ci comprai il primo libro letto in lingua originale, trainspotting, nel 1995. Era una delle pochissime librerie dove in quegli anni potevi comprare libri in lingua originale.
Anche se per un libro di analisi tecnica, sulle japanese candlestick, già 3/4 anni dopo acquistai online da amazon.
Librerie al momento business da ricchi, io conosco i proprietari di Verso in ticinese, e diciamo che siamo molto in alto. Poi per carità, se sei proprietario dello spazio, come anche nel caso dell'Ostello bello, sono tutti fenomeni.
Ho acquistato "L'anno di Dalbert" proprio lì, in una delle mie poche visite a Milano. Certo che mi mancherà molto non poterla rivedere. Aveva un buon odore. Non odorava nè di Feltrinelli nè di Giunti o Mondadori.
Anche a Firenze abbiamo assistito allo stesso destino con la libreria Edison.
La verità che è che invecchiare è orribile.