John Elway è stato probabilmente il più grande perdente nella storia dello sport. Perdente per i media, si intende, quei media che se fossero italiani definiremmo italioti ma che nel suo caso erano/sono americani e che gli imputavano di non avere mai alzato un trofeo fra high school, college e NFL, con i tre Super Bowl persi da leader dei Broncos (uno solo però da favoriti, quello contro i Redskins). Tutti sanno che Elway si sarebbe rifatto con gli interessi, vincendo due Super Bowl prima di ritirarsi, passare un periodo buio e poi diventare il primo e a memoria unico a conquistare la NFL sia da stella della squadra sia poi da dirigente top.
La chiave di Elway, uscito su Netflix a fine 2025 e da noi visto solo poco fa, non è la carriera in senso stretto del grande quarterback ma proprio il compiacimento che molti hanno nel sottolineare quando uno bravo non vinca. Di solito perché trova uno quel giorno più bravo, al di là del fatto che il football sia il più di squadra degli sport di squadra e la carriera di tanti quarterback vada letta anche in relazione al valore della loro offensive line. Chi ne capisce potrebbe spiegare perché negli anni Ottanta Elway fosse uno dei quarterback che subiva più sack mentre più avanti, con il passaggio della squadra a Mike Shanahan, ex offensive coordinator, la situazione sarebbe cambiata. Fino all’epilogo davvero da film contro gli Atlanta Falcons di Dan Reeves, il coach del suo primo periodo a Denver, con il quale Elway aveva spesso litigato.
Ma veniamo al punto: perché Elway fino a quando non ha vinto è stato considerato più perdente di tanti altri predestinati, nei vari sport? Più di Dan Marino, per citare un collega quasi coetaneo, addirittura più di Jim Kelly, altro fuoriclasse, che di Super Bowl ne aveva persi addirittura quattro. Poi uscendo dal football ci si apre un mondo, da Charles Barkley a Ron Clarke, con anche qualche esempio alle vongole tipo Gallinari o Baggio. Nessuno di quelli forti è però mai stato sbeffeggiato come Elway a colpi di choker e loser, nonostante imprese tipo il ‘The Drive’ cotro i Browns, fenomeno che pur da lontanissimo e per sentitissimo dire (soltanto negli anni Novanta, grazie a Tele+, saremmo riusciti a vedere qualcosa in più di Super Bowl e highlights) riuscivamo a cogliere.
La nostra idea è che più di altri grandi Elway sia stato un simbolo anche fuori dal campo: famiglia perfetta (il divorzio sarebbe arrivato dopo il ritiro), nessun atteggiamento da superstar, amatissimo dai compagni, da Terrell Davis in giù. È più facile tifare per uno con qualche difetto (si parla di ciò che arriva al pubblico, non necessariamente della realtà), alla Maradona, che per Elway. Che noi abbiamo iniziato ad adorare proprio nel suo periodo da presunto perdente. Documentario degno di essere visto, senza rivelazioni ma con dettagli che spiegano molto. Su tutti lo sguardo della madre, non proprio l’occhio della Corazzata Potemkin anche se ugualmente espressivo, madre di Elway e moglie di un allenatore di college, con le ulteriori pressioni del caso. C’è una tristezza di fondo, in tutto, che nessuna vittoria cancella.
stefano@indiscreto.net



... e mentre Elway usciva dalla zona d'ombra del perdente, ci entrava Peyton Manning... Assurdità parse tali già ai contemporanei più svegli, e ancor più grottesche a posteriori.
Altri esempi alle vongole?
Antonello Riva a 19 anni è il terminale offensivo di una squadra che vince lo scudetto, a 20/21 due coppe dei campioni. Ma per Aldo Giordani non è solo un perdente, è "il perdentone" (cit.) oppure "il perdentone riperdenteggia" (cit.)
Esempio cevapcici. Tavcar, quando dice in telecronaca nel finale di Real Madrid Caserta che Drazen Petrovic deve giocare 38 minuti e poi uscire gli ultimi due perché è uno che perde le partite.