Il grande match
Un film fintamente documentaristico che racconta la finale del Mondiale 2002 attraverso gli occhi di telespettatori non occidentali, in Mongolia, in Amazzonia e nel Sahara...
The Great Match è una delle migliori opere con il Mondiale come pretesto che siano mai state concepite. Questo nonostante l’idea di partenza di non sia stata di sicuro originale: cioè raccontare il più grande evento del pianeta non con le immagini di gioco, ma attraverso le vite di alcuni dei miliardi di suoi spettatori. Ad essere unico in questo caso è il taglio, privo di quegli inni alla gioia e alla fratellanza universale che ammorbano anche i lavori più riusciti.
Il film arrivato da noi come Il Grande Match è tre film in uno: tre storie ambientate in Mongolia, in Amazzonia e nel Sahara. Cosa unisce i cacciatori, gli indios ed i tuareg? O, se preferite, la steppa, la foresta ed il deserto? Non tanto la passione per il calcio, quanto la percezione dell’importanza dell’evento e l’insopprimibile desiderio di assistervi. Considerando come il peggiore degli incubi l’ipotesi di essere lontani da un televisore o, peggio, che subito dopo il fischio d’inizio della finale si scopra che il televisore non funziona o che l’antenna prende male: siamo sinceri, chi di noi non ha mai pensato una cosa simile? Finendo magari come il Fantozzi che durante Inghilterra-Italia chiedeva informazioni sulla partita a sconosciuti, ricevendo pugni.
Il film del documentarista (il registro stilistico, astuto, è infatti quello del documentario, ma in realtà si tratta di fiction pura) Gerardo Olivares è ambientato in un giorno ben preciso: il 30 giugno 2002, finale Brasile-Germania, arbitro Collina, eccetera. Si parte con le montagne dell’Altai, in Mongolia, con flash sulla vita di una famiglia di cacciatori nomadi, per poi andare nel deserto del Tenerè, in Niger, dove un gruppo di tuareg incrocia un autobus pieno di umanità apparentemente non interessata al calcio, e poi in Amazzonia presso una tribù che vive a ridosso di una segheria dove lavorano ‘bianchi’, con l’indio leader che indossa una maglia sgualcita di Ronaldo, avamposto di una civiltà che ha lo sport come sua manifestazione più visibile e più vera.
Il vero avamposto della civiltà occidentale è però l’apparecchio televisivo: in tutti e tre i casi anziano, da Italia inizio anni Settanta, con antenne improbabilissime. Nel dare importanza ad ogni immagine nitida c’è tutto un rapporto fra stupore e tecnologia che nessun tivufonino ormai riesce a darci. Insomma, diciamo che è impossibile non guardare questo film con occhi un po’ colonialisti, anche quando si è animati dalle migliori intenzioni. Il cuore viene scaldato dal fatto che tutti si percepisca allo stessa maniera l’importanza dell’evento: un apparecchio a valvole in questo senso è uguale all’ultimo dei plasma.
Un film corale che racconta alla perfezione il cortocircuito e la sostanziale incomunicabilità fra le varie civiltà, dovuta anche al diverso rapporto con la tecnologia. Insomma, anche in questo caso il calcio è solo un pretesto per raccontare altro: mondi distanti, non solo nello spazio o banalmente nelle possibilità tecniche, ma nel tempo. I due gol di Ronaldo non sono stati uguali per tutti. Peccato che il film, in quelle poche sale italiane in cui è uscito, sia durato pochi giorni: gli esercenti giustamente fanno il loro mestiere (in sala eravamo in sette), ed in fondo per riflettere sulle differenze c’è sempre tempo. Più comodo pensare che il calcio renda tutti fratelli, come insegnano nel grande libro degli editoriali.
Stefano Olivari, 7 settembre 2007


